Rhapsody in blue

venerdì 5 marzo 2010

Eugene Smith : Un'epopea americana in bianco e nero

Thelonious Monk at the piano with other players in February 1959, rehearsing in a loft at 821 Avenue of the Americas.
Nel ’57 il fotografo Eugene Smith si trasferisce in un palazzo fatiscente di New York. Lì vive e suona il gotha del jazz. E lui scatta 40 mila immagini

Un concerto al quinto piano dell’edificio all’821 della Sixth Avenue, nel 1964. Copyright The Heirs of W. Eugene Smith
VIVIANA BUCARELLI
NEW YORK
Quando, nel 1957 si trasferì nella nuova casa al numero 821 della Sixth Avenue, a Manhattan, a chiamarla ironicamente «Il Castello del Regno del Chaos» fu lo stesso Eugene Smith, forse il più grande fotoreporter americano (ex-inviato sul fronte asiatico della Seconda Guerra mondiale, autore di reportage capolavori come Man of Mercy su Albert Schweitzer) e collaboratore della rivista più importante del tempo, Life.
All’improvviso lasciò la famiglia con cui viveva in una bella località al nord di New York, Croton-on-Hudson, si licenziò da Life (dopo una serie innumerevole di litigi per la gestione delle sue immagini), e andò a vivere in un palazzo fatiscente a Manhattan.
In quel momento come racconta il critico Sam Stephenson «ogni sala d’attesa e ogni "coffee table" americano esponeva copie di Life con i suoi scatti, ma Smith lasciò la rivista all’apice della sua fama, rinunciò ad un ottimo salario, e decise di vivere in precarie condizioni nello squallore di quell’edifcio».
Un edificio che era però polo d’attrazione dell’Olimpo dei più grandi musicisti jazz.
Un appartamento costava 40 dollari al mese d’affitto e vi si trasferirono Hall Overton e Dick Cary.
Assidui frequentatori furono Sonny Clark, Thelonious Monk, Charles Mingus, Ornette Coleman, Bill Evans, Charlie Haden, Chick Corea, Don Cherry, Sonny Rollins.
Circolarono in quelle stanze oltre 300 musicisti.
Tra un appartamento e l’altro si tenevano fumose jam session notturne, che non iniziavano quasi mai prima delle 3 del mattino: «quando tutti finivano di suonare nei club che a quell’ora chiudevano», ricorda Robert Northern, suonatore di corno francese.
Tra loro si aggirava, sempre con la macchina al collo, Eugene Smith che dal 1957 al 1965 fece 40 mila fotografie, tra immagini notturne musicali e istantanee delle strade del quartiere, prese dalla finestra del suo appartamento al quarto piano. E negli stessi anni registrò, con un sistema di cablaggio sofisticato, anche 4 mila ore di nastri mono e stereo.
Mai visti o sentiti da nessuno fino a quando Sam Stephenson, curatore della Duke University, dopo avere lavorato per lungo tempo su questi preziosi documenti, ha pubblicato un catalogo e presentato una mostra multimediale alla New York Public Library for the Performing Arts dal titolo «The Jazz Loft Project» (è aperta da pochi giorni e si potrà vedere fino al 22 maggio). «Smith - spiega Stephendon - era un maestro della camera oscura. In queste fotografie c’è il bianco, il nero ed ogni possibile sfumatura tra i due. Era un mago della manualità. Ed era anche attratto dalla musica, anche e proprio per il fatto che si "fa" con le mani». Geniale e fragile, irrequieto e molto amato, sensibilissimo, partecipe della sofferenza e del dolore dei suoi soggetti fotografici come nessun altro, Smith ha sempre vissuto di contrasti. «Il Jazz Loft», come viene definito il palazzo della Sixth Avenue, era in condizioni disastrose ma si trovava nel cuore del Flower District, dove ogni mattina, all'alba, camion di ogni dimensione scaricavano rose, gigli, garofani, orchidee e tulipani. Smith restava incantato fino a commuoversi dallo spettacolo della natura, in particolare da fiori e giardini. E forse non è un caso che il suo capolavoro sia The Walk to Paradise Garden. La foto indimenticabile che scattò dopo mesi di convalescenza: era stato gravemente ferito ad Okinawa durante la II Guerra mondiale. «Non ero sicuro di essere ancora in grado di fare fotografie quel giorno - scrisse - poi ci provai, presi la macchina e scattai, mentre i miei due bambini si incamminavano verso il giardino. Avevo deciso che la mia prima foto dovesse parlare di un momento delicato di vivida purezza, in contrasto con l’orrenda barbarie contro cui mi ero scagliato con le mie foto di guerra, le ultime che avevo fatto».Negli anni del Jazz Loft la vita di Smith, dall’esterno, sembrava in completo disfacimento ma mai la sua produzione fu più febbrile tanto da diventare quasi leggendaria. «Appena si entrava nel suo studio - racconta il compositore Steve Reich - ti sentivi sopraffatto da una vera e propria tappezzeria di foto su più strati, sull’intera superficie di ogni parete. Era come se i muri stessero per venir giù dal peso e stessero per seppellirti di fotografie. Una sensazione incredibile».Stephenson pensa che per Smith la registrazione fosse una naturale estensione della fotografia. Oltre la musica, in quegli anni registra le conversazioni tra i numerosi frequentatori del palazzo, così come programmi radio e tv e avvenimenti sportivi che lo appassionano, per conservarle e farne tesoro. «Quando andava in camera oscura - racconta Carole Thomas che fu la sua compagna per gran parte del periodo del "Jazz Loft", - spesso portava con sé il televisore, sul cui schermo applicava un filtro rosso per poter guardare le partite mentre lavorava. La gente si scandalizza a sentir questo, sarebbe più romantico pensare che ascoltasse soltanto musica classica e jazz, ma lui aveva anche la passione per lo sport».La mostraSi chiama The Loft jazz project la mostra dedicata agli anni in cui Eugene Smith (1918-1978), uno dei più grandi fotografi americani, visse nel palazzo al numero 821 della Sixth Avenue, a Manhattan. Curata da Sam Stephenson la mostra è aperta fino al 22 maggio alla New York Public Library for the Performing Arts di New York.

Fonte http://www3.lastampa.it/arte/sezioni/news/articolo/lstp/151192/

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