Rhapsody in blue

domenica 9 maggio 2010

Art Pepper


L'indimenticabile Art Pepper e le continue rivoluzioni del jazz
di Franco Fayenz

I comuni appassionati di musica afro-americana hanno la memoria corta.
Tendono a dimenticare il passato con facilità, facendo rischiare l'oblio a musicisti che meritano di essere ricordati, pur senza appartenere all'empireo di Louis Armstrong, Duke Ellington, Charlie Parker e John Coltrane, per citare soltanto i maggiori.
Il fenomeno ha una spiegazione che nel contempo è, in qualche modo, un'attenuante.
Fino a pochi decenni or sono il jazz correva in fretta, virando talvolta di prua perfino dopo quattro o cinque anni.
Per questa ragione qualcuno ha sostenuto che il jazz ha compiuto in meno di un secolo le mutazioni compiute dalla grande musica europea in ottocento anni.
Il paragone è discutibile, ma non può essere approfondito qui perché ci porterebbe troppo lontano.
Questo preambolo serve a capire l'entusiasmo con cui viene ora accolto l'arrivo nei negozi specializzati di 18 cd etichettati Poll Winners.
I dischi sono scelti fra quelli giudicati meritevoli, in settant'anni di lavoro della rivista americana Down Beat, delle famose cinque stelle, ovvero della quotazione massima.
Si tratta perciò del meglio del meglio: gli «immortali» del jazz ci sono quasi tutti.
Mentre scrivo è appena arrivato il cd numero 19 (pare che ce ne saranno alcuni altri), assolutamente degno di un discorso a parte.
Il protagonista è il grande sassofonista e clarinettista Art Pepper (1925-1982), uno di quelli che stanno per scivolare nell'oblio.
Si intitola Art Pepper + Eleven e contiene molti brani in più rispetto all'lp originale per via della capienza pressoché doppia, volendola utilizzare, dei cd rispetto agli lp.
La prima cosa che colpisce chiunque sia anziano quanto basti per aver seguito Pepper nei momenti più significativi del suo percorso è il suo ritratto che campeggia nella prima di copertina: il bel volto di un trentenne dolce e pulito quale lui era all'epoca.
Poi, fra il 1960 e il 1977, Pepper fu quasi inattivo per aver contratto a livelli micidiali il vizio della droga, per cui venne anche imprigionato.
E' il triste periodo in cui si sospettò che nell'ambiente del jazz americano l'eroina fosse introdotta apposta per screditarlo, perché molti – troppi – furono i decessi di artisti di valore.
Nel quinquennio che precedette la morte Pepper riuscì di nuovo a suonare e a girare il mondo con piccoli gruppi propri.
La voce del cantore era ancora quella; e il fraseggio, la classe, l'originalità erano impeccabili come negli anni migliori e meritarono applausi clamorosi e partecipi.
Ma sulla copertina di un disco si vede un suo ritratto, ed è il ritratto di un uomo precocemente invecchiato.
La sua sopravvivenza e il ritorno sulla scena si devono all'amore di una donna, la giornalista Laurie Miller che lo aiutò perfino a scrivere un'autobiografia intitolata con nera ironia Straight Life, vita facile, e pubblicò alcuni brani rari oltre a quelli "ufficiali" registrati in studio o dal vivo. Pepper, per fortuna, ha lasciato parecchi dischi, incisi prima dell'interruzione come il Poll Winner. Ma è il caso di consigliare anche un brano speciale che si chiama come lui, Art Pepper, realizzato durante la felice permanenza nell'orchestra di Stan Kenton negli anni Cinquanta: un capolavoro che basterebbe da solo.
http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Tempo%20libero%20e%20Cultura/2010/05/jazz-musica-afroamericana.shtml?uuid=4af9d7da-5942-11df-a0f0-dfea661b6fe1&DocRulesView=Libero

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