Rhapsody in blue

domenica 11 luglio 2010

Alessandro Gnocchi : "ma il jazz esiste ancora?"

ALESSANDRO GNOCCHI

Ma il jazz esiste ancora?
Detto da collezionista: purtroppo mi pare di no. Un tour fra gli scaffali dei negozi un tempo specializzati, e ora aperti ad altri generi di cassetta, fornisce già qualche superficiale indicazione. Lo spazio dedicato al jazz è sempre più piccolo, sempre più nascosto, sempre più polveroso. È perfino difficile incontrare qualcuno che faccia passare le copertine dei cd.

La colonnina delle novità, o delle proposte, da qualche anno, lascia basiti. Le «novità» infatti sono quasi sempre ristampe, se non ristampe delle ristampe: il disco d’epoca rimasterizzato, rimasterizzato un po’ meglio, rimasterizzato ancora un po’ meglio, con dvd allegato, dischetto bonus, libro omaggio. E alla fine racchiuso in un box set. Quante versioni esistono in commercio dei classici di Miles Davis? Infinite. Tanto è vero che il trombettista in molti negozi si porta via un quarto dello spazio totale riservato al jazz.
Eppure fino agli anni Novanta, si sapeva dove mettere le mani. C’era John Zorn con i suoi mille progetti collaterali, tra cui l’entusiasmante Masada. C’erano i suoi compagni di succulente merende elettriche, ad esempio il chitarrista Marc Ribot e il trombettista Dave Douglas con i loro progetti personali. C’era lo sperimentatore Bill Frisell, capace di passare dall’avanguardia alla folk music in un battibaleno. C’era il pianista Uri Caine, interessato alla elettronica come alla classica. C’era «la famiglia» nata attorno al sassofonista David Ware, in prima linea il contrabbassista William Parker e il pianista Matthew Shipp (tra gli animatori di una grande etichetta votata alla sperimentazione, la Thirsty Ear Recordings).
C’erano e ci sono ancora tutti quanti. Il problema è: cosa è successo dopo? È successo qualcosa? E se la risposta, come spero, è positiva perché non se ne è accorto nessuno (o quasi)? E ancora: fino alla metà degli anni Novanta, l’affamato di novità, ansioso di recarsi alla cassa onusto di nuova musica, poteva spulciare e spulciare sicuro di trovare qualcosa di completamente ignoto da acquistare a scatola chiusa, correndo anche l’eventuale rischio di restare deluso. Oggi è possibile restare chiuso in un negozio per quattro ore e tornarsene a casa a mani vuote. A meno che non si voglia riacquistare per l’ennesima volta Kind of Blue.
Il mercato batte in ritirata.
 Sarà il segno che il jazz è stata la grande musica del XX secolo ma non vivrà e lotterà con noi nel XXI se non come ricordo di un’epoca conclusa?

Fonte http://www.ilgiornale.it/spettacoli/ormai_negozi_ci_solo_solo_ristampe/11-07-2010/articolo-id=460058-page=0-comments=1

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