Rhapsody in blue

giovedì 16 settembre 2010

Daniela Amenta :"Waltz for Bill Evans"


Waltz for Bill Evans, pianista jazz che fece cantare il silenzio

di Daniela Amenta
«Viso pallido, devi scoparti la musica». E gli altri ridevano mentre Miles Davis, il divino, lo prendeva in giro. Bill Evans incassava. Poi si allungava sul pianoforte, prima le mani, poi il petto, poi l’intero corpo lungo e magro, e possedeva la musica fino all’ultima nota. Un amplesso mistico, colossale. E anche i neri, quei gradassi geniali del jazz, restavano attoniti, perfino commossi. Sono trent’anni che Bill Evans ci ha lasciati orfani. Non ci saranno eventi, celebrazioni o riti di massa. L’arte di Evans è una questione privata, una relazione rigorosamente sentimentale, in sordina. Tutta qui la sua grazia, la sua disperazione: essere un gigante e non poterlo, saperlo ammettere. Fino a distruggersi.
Una vita bruciata in fretta quella di William John Evans, detto Bill, morto a 51 anni col fegato spappolato e il sangue impazzito come la maionese. Era il bianco del jazz, il tocco chiaro del jazz, la panna dolce e acida del jazz, il jazz che si fa carezza e abbandono. Non aveva nulla della furia degli altri: non gli eccessi di Parker, le follie di Monk, l’arroganza di Miles, i deliri di Mingus, la luce accecante di Coltrane o Coleman. Eppure quel ragazzo secco e miope del New Jersey, quel viso pallido, fece la sua rivoluzione, trasformando il modale in uno spartito aperto, armonico, imprevedibile. Non più uno stile, un sound. Uno stato dell'anima, semmai. E soprattutto musica. Un'imponente cattedrale di musica meravigliosa: dagli impressionisti francesi a Gershwin, da Stravinsky a Mozart. Passando per Nat King Cole, Cole Porter, il jazz. «Perché io voglio che la gente possa cantare quando mi ascolta».

segue http://www.unita.it/news/culture/103565/waltz_for_bill_evans_pianista_jazz_che_fece_cantare_il_silenzio

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