Rhapsody in blue

lunedì 20 settembre 2010

Vijay Iyer, senti il jazz come pulsa

Vijay Iyer.
 Il nome è impronunciabile, ma è il più straordinario talento del jazz contemporaneo.
Suona il pianoforte.
 Trentanove anni, di origini indiane, nato e cresciuto nello Stato di New York.
 Il suo disco dell'anno scorso, Historicity, è stato uno dei belli in assoluto, forse il più bello.
Ora è uscito un suo cd solistico, intitolato con poca fantasia Solo.
Al primo brano però conquista.
Iyer suona Human Nature di Michael Jackson.

Ristrutturare in chiave jazz le canzoni pop non è operazione facile, specie se questo stesso brano è stato già manipolato da un maestro come Miles Davis.
 In Reimagining del 2005, Iyer aveva già adattato ai canoni jazz Imagine di John Lennon con lo stesso formidabile risultato.
 Solo è tutto molto bello, sia nelle composizioni originali sia negli standard di Duke Ellington e Thelonious Monk.
 Iyer è un Keith Jarrett melodico e ostinato, con sfumature free jazz del Cecil Taylor meno radicale.
Vijay Iyer è sullo stesso piano di Keith Jarrett e Brad Mehldau, assieme a Ethan Iverson dei Bad Plus, tra i migliori pianisti in circolazione.
 Ce ne sono altri, in realtà.
Jason Moran, innanzitutto. Ospite d'onore in Mirror, il nuovo disco Ecm del sassofonista Charles Lloyd (già scopritore di Jarrett e di Jack DeJohnette), Moran conferma anche da sideman e accompagnatore le sue qualità ritmiche.
 Mirror è tra i migliori dischi di Lloyd.
Da consigliare a chi sostiene che il jazz sia morto negli anni Sessanta.
 C'è anche una donna, tra le nuove star della tastiera. Anat Fort, israeliana. And if (Ecm) è un classico trio jazz che mescola suoni mediorientali con atmosfere midwest, nella tipica produzione minimalista di Ecm, la raffinata casa discografica di Monaco.
Ultimo pianista da segnalare è lo svizzero Nik Bärtsch.
 Un nome ancora meno pronunciabile di Vijay Iyer.
 L'approccio, lo stile e il progetto musicale di Bärtsch però non possono essere più diversi.
Il suo nuovo disco, sempre Ecm, si intitola Llyrìa, ed è uscito a nome del gruppo Ronin.
 I Ronin sono i samurai senza padrone, caduti in disgrazia, decaduti.
 Sono guerrieri solitari.
 Il gruppo e lo stile pianistico di Bärtsch sono quanto di più collettivo possa esistere nel jazz. Ronin è un organico socio-musicale, scrive Bärtsch.

Fonte  http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2010-09-19/vijay-iyer-senti-jazz-171237.shtml?uuid=AY2YzURC

Nessun commento: